L’Agenda 2030 spiegata ai bambini: Obiettivo 17 – favorire la collaborazione tra i Paesi.

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l’Obiettivo 17 è quello conclusivo, perché invita a sviluppare tutti i mezzi necessari per realizzare gli altri Obiettivi dell’Agenda 2030 e a rafforzare la collaborazione fra Paesi e con le organizzazioni internazionali.

Nessun Paese, infatti, può raggiungere lo sviluppo sostenibile da solo. Ogni Paese è collegato ad altri: per il commercio di prodotti agricoli e industriali, per le scoperte della scienza e della tecnologia, per il turismo, per gli spostamenti di persone in cerca di lavoro.

In particolare, per ridurre le disuguaglianze tra Nord e Sud del mondo è indispensabile aiutare i Paesi meno avanzati a raggiungere tutti gli obiettivi dell’Agenda 2030, in modo da unire lo sviluppo economico alla salvaguardia dell’ambiente.

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Come si può migliorare la collaborazione tra i Paesi del mondo?

Il commercio internazionale è uno degli strumenti più importanti per equilibrare i rapporti tra le varie parti del mondo. Ci sono infatti Paesi che hanno risorse naturali che non sono disponibili in altre zone del pianeta e vengono quindi esportate in altri Paesi.  Ma perché tutti possano trarre vantaggi da questo commercio è indispensabile che siano fissate delle regole giuste, che non favoriscano soltanto i Paesi più ricchi (e quindi più forti nelle contrattazioni). Per aiutare i Paesi poveri, per esempio, è importante che si faciliti il commercio dei loro prodotti non facendo pagare delle tasse aggiuntive (chiamate dazi doganali).

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Un’altra strada per ridurre le disuguaglianze tra Paesi è la condivisione delle conoscenze scientifiche e tecnologiche più avanzate e sostenibili, cioè compatibili con l’ambiente. In questo modo saranno possibili grandi miglioramenti nella vita e nel lavoro delle persone, per esempio nel campo del consumo di energia o in quello della comunicazione.

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Che cosa devono fare i Paesi ricchi?

Per raggiungere gli obiettivi e così migliorare le condizioni di vita soprattutto degli abitanti dei Paesi più poveri sono necessari investimenti di denaro. Molti Paesi ricchi già da tempo contribuiscono con una parte del proprio reddito nazionale (PIL, cioè Prodotto Interno Lordo). Questi finanziamenti sono chiamati aiuti allo sviluppo.

Grazie all’Agenda, questi Paesi si sono impegnati ad aumentare progressivamente queste somme, per arrivare, nel 2030, a donare lo 0,7% del proprio PIL. Oggi solo pochi Paesi hanno già raggiunto questa percentuale: la Svezia, prima di tutti, che dona l’1,4% del suo PIL, seguita da Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi e Lussemburgo. Sono però molto importanti anche i contributi delle organizzazioni internazionali e delle singole persone o aziende.

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I traguardi dell’Obiettivo 17

I Paesi che partecipano all’Agenda 2030 hanno perciò deciso di:

  • stendere propri piani nazionali per raggiungere gli Obiettivi Globali entro il 2030; ogni Paese deve scegliere quali sono i problemi più urgenti da risolvere per la propria società.
  • garantire che ogni Paese impegni le proprie risorse e che i Paesi sviluppati sostengano quelli meno sviluppati.
  • creare leggi coerenti: per esempio, non si possono creare delle regole per la protezione delle risorse naturali e, al tempo stesso, permetterne lo sfruttamento.
  • condividere le scoperte scientifiche e diffondere le innovazioni, a condizioni favorevoli (cioè a basso costo) per i Paesi più poveri.
  • favorire il commercio
  • aiutare i Paesi più poveri a raccogliere dati statistici sulla loro economia e la loro società.

 

Se vuoi saperne di più sull’Agenda 2030 vai a questo post. Se vuoi saperne di più sugli altri Obiettivi leggi questi post:

 

 

Lavoro di gruppo: conoscere la vita quotidiana a Roma

Come si viveva a Roma durante l’Impero?
È un quesito che in genere riscuote un grande successo tra i bambini. Essi possiedono sull’argomento un bagaglio di informazioni già acquisito, che deriva da filmanimazioni, libri specifici sull’argomento, visite a monumenti di epoca romana.

Approfondire in classe queste preconoscenze non è mai molto semplice e richiede spesso molto tempo, proprio perchè ogni bambino ha voglia di raccontare ai compagni e all’insegnante ciò che già sa e come lo ha imparato, confondendo a volte realtà storica e fantasia.

L’esperienza che descriviamo è stata proposta a una classe quinta. Si tratta di un’attività di gruppo che prevede, oltre al lavoro di ricerca e approfondimento, anche un momento di esposizione ai compagni degli elaborati. Di seguito riportiamo lo schema di progettazione.

Indicazioni metodologiche

Tabella delle competenze e delle abilità coinvolte

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Suggerimenti operativi

1a fase: organizzare il lavoro – tempo 2 ore

Si tratta della fase forse più impegnativa perchè è il momento in cui si devono scegliere gli argomenti su cui lavorare, formare i gruppi, fornire le indicazioni su come dovrà procedere tutto il percorso.

L’attività parte da una precisa domanda ai bambini su quali aspetti della vita a Roma durante l’impero vorrebbero approfondire. I ragazzi, guidati dall’insegnante, fanno un elenco degli argomenti controllando eventualmente sul libro di testo di non aver tralasciato aspetti interessanti. Quindi si mettono a fuoco gli aspetti che più piacciono alla classe, effettuando una scelta condivisa degli argomenti.

Nella classe coinvolta i ragazzi hanno lavorato sui seguenti temi:

  • I soldati e l’esercito romano
  • Gli spettacoli
  • Le terme
  • Le abitazioni
  • Il cibo

Si passa poi alla suddivione in gruppi di lavoro. Si lascia ai docenti la libertà di organizzare la classe in base alle singole esigenze.
Nel caso preso in esame è stato scelto il principio della casualità. L’insegnante distribuisce a ciascun bambino un foglietto chiuso, estratto a sorte, su cui è scritto il titolo di un argomento. In questo modo si raggruppano gli alunni che hanno ricevuto il biglietto con lo stesso tema su cui lavorare.

Successivamente l’insegnante spiega la consegna di questo compito. Ogni gruppo deve:

  • raccogliere informazioni sul proprio argomento, sintetizzarle e rielaborarle in forma scritta;
  • esporle ai compagni con il supporto di disegni realizzati da loro e di video forniti dall’insegnante;
  • preparare un questionario finale  da sottoporre ai compagni per verificare  la chiarezza della loro esposizione e l’attenzione dei compagni.

La fase preparatoria termina con la ricerca a casa e a scuola di materiali da cui ricavare informazioni per i vari approfondimenti. Si lascia una settimana di tempo.
L’insegnante  si impegna nella ricerca di video adatti.

2a fase: suddividere i compiti e organizzare i materiali – tempo 1 ora

In questa fase l’insegnante stimola la classe a mettere a fuoco i vari compiti dei componenti del gruppo. Un confronto collettivo porta i ragazzi a mettere in evidenza alcuni punti; per esempio:

  • tutti collaborano alla stesura dei testi e alla trasposizione in formato multimediale
  • un componente del gruppo realizza i disegni e li fotografa
  • due componenti a turno spiegano ai compagni il contenuto del loro lavoro
  • un componente si occupa della proiezione alla LIM del video e dei disegni fotografati
  • un componente formula le domande finali.

A questo punto si dà il via al lavoro vero e proprio. L’insegnante assegna a ogni gruppo un video e invita i ragazzi a prenderne visione, mentre passa tra i gruppi per organizzare insieme ai bambini i materiali che hanno ottenuto dalla ricerca a casa.

3a fase: organizzare e rielaborare le informazioni – tempo 4 ore, suddivise in due giornate

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Immagine della bozza di lavoro sull’argomento Terme

In questa fase i gruppi lavorano in autonomia. Ricercano le informazioni, le sintetizzazano, le organizzano per il loro elaborato. Intanto i disegnatori si occupano delle illustrazioni e chi deve supportare i compagni con i file multimediali si esercita a turno alla LIM.

 

4a fase: presentare il lavoro ai compagni – tempo 1 ora

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Disegno inserito nel lavoro di gruppo

Quando il lavoro di ogni gruppo è completo si passa alla presentazione alla classe. Tutti si sono esercitati a narrare, spiegare, lavorare alla LIM e il risultato è una lezione fatta dai ragazzi stimolando così l’apprendimento collaborativo.
Qui potete scaricare come esempio la presentazione  preparata dai ragazzi sulle terme.

 

Qui, sempre come esempio, il video usato in classe dal gruppo di lavoro sulle terme.

 

 

 

 

 

 

 

 

A scuola nell’antica Roma

Questo compito di realtà vuole valutare le competenze storiche attraverso un collegamento tra il passato e il presente.

L’argomento è la scuola. Due alunni vissuti nell’antica Roma, Julia Lavinia Historica e Marcus Fabricius Scolarum, con il loro maestro Sotuttus, hanno il compito di accogliere un gruppo di bambini più piccoli che frequenteranno quella stessa scuola. Un po’ come succede oggi, quando gli alunni della scuola dell’infanzia fanno visita alla loro futura scuola primaria.

Questo compito mira a progettare una presentazione di una scuola del passato, come strumento per conseguire capacità e consapevolezza organizzativa di un evento della propria vita scolastica.
Coinvolge quindi, oltre alla Storia, diverse competenze trasversali, quali, ad esempio, le competenze comunicative, sociali e civiche, matematiche e una buona attitudine all’iniziativa.

Prima fase: come è organizzata la scuola di Lavinia e Fabricius

Il momento iniziale del compito prevede la presentazione del contesto e un primo confronto tra gli alunni.

Si chiede quindi agli alunni di riflettere su come era organizzata la scuola nell’antica Roma, partendo dalle loro conoscenze (derivate dal sussidiario o dalle lezioni dell’insegnante), ma anche raccogliendo informazioni su altri libri o in rete.

In base alle nuove conoscenze storiche acquisite, si propone alla classe di formulare alcune ipotesi su come potesse essere concretamente organizzata la giornata scolastica a Roma (spazi scolastici, orario delle lezioni, materiale…).

Seconda fase: nel cestino della merenda

Facciamo immaginare ai ragazzi che Lavinia e Fabricius abbiano il compito di dare buoni consigli ai loro futuri compagni su che cosa mettere nel cestino della merenda.
In questa fase  l’insegnante invita all’osservazione di alcune fonti iconografiche (immagini, carte tematiche…) sui prodotti alimentari nell’antica Roma. In questo modo a classe può formulare alcune ipotesi su quali cibi si potessero consumare a quel tempo durante l’intervallo.

Terza fase: che cosa studiano Lavinia e Fabricius

Questa fase rende ancora più evidente il legame tra le discipline presente nel compito di realtà. Qui viene proposto un problema di geometria ambientato nella Roma antica, ma si potrebbero pensare anche attività sull’alfabeto, oppure sulla lettura di brani tratti da autori del tempo.

Octavius ha acquistato un terreno agricolo a forma di triangolo rettangolo.

problema_storiaQuanti piedi misura il suo perimetro?
Quanti piedi quadrati misura la sua area?

Quarta fase: dal passato al presente

A questo punto Lavinia e Fabricius hanno tutti gli elementi per fare un’ottima presentazione della loro scuola.
Attraverso alcune domande-guida si può quindi stimolare un momento di conversazione tra gli alunni, che li porti a mettere in evidenza le differenze tra il passato e il presente.

  • Che idea vi siete fatti della scuola nell’antica Roma?
  • Confrontatela con la scuola di oggi: hanno qualcosa in comune?

Quinta fase: presentiamo la nostra scuola

Si passa infine al presente e si chiede agli alunni se nel loro istituto esiste un progetto di raccordo con la scuola dell’infanzia, cosa sanno di questo progetto e come lo organizzerebbero, trasferendo così le competenze acquisite durante il percorso di ricostruzione storica, nella progettazione di un’attività legata alla loro esperienza attuale.

Gli alunni possono prima consultarsi tra di loro e con i loro insegnanti,  poi dividersi i compiti e raccogliere tutte le informazioni che riguardano:

  • gli spazi,
  • il materiale,
  • l’organizzazione della giornata,
  • l’orario delle lezioni,
  • tutte le attività proposte (laboratori, corsi, giochi…).

Quindi, con carta, penna e colori, possono realizzare uno o più cartelloni  che descrivano la vita nella loro scuola.

Per concludere tutto il percorso si può porre ai ragazzi un altro spunto di riflessione che stimoli la consapevolezza del proprio vissuto. Possono, per esempio, essere poste queste domande alla classe nel suo complesso:

  • Che idea vi siete fatti della vostra scuola?
  • C’è qualcosa che cambiereste?
  • Quali consigli dareste ai futuri alunni per frequentarla al meglio?

 

Per avere un’idea sui materiali da utilizzare puoi anche scaricare la scheda da stampare (dal sussidiario Pista! A ruota libera tra le discipline, edizioni Cetem).

L’attività può essere svolta individualmente o, preferibilmente, mediante attività di gruppo.

Al termine del compito è presente una rubrica di autovalutazione finale, per far riflettere lo studente sul lavoro fatto. È un esempio di autobiografia cognitiva che potrà essere utilizzata per cogliere e valutare altri importanti aspetti: il senso attribuito dall’alunno al proprio lavoro; le intenzioni che lo hanno guidato nello svolgere le attività, le emozioni o gli stati affettivi provati.

Qui  puoi scaricare e stampare una tabella delle competenze e delle abilità coinvolte durante questo lavoro e qui invece, una scheda per le osservazioni sistematiche durante lo svolgimento del compito.

Puoi trovare altri compiti di realtà di Progetto Ipazia qui, qui, qui, qui e qui.

Imparare ad ascoltare

Uno degli aspetti fondamentali per il successo del lavoro di gruppo è sicuramente rappresentato dall’ascolto delle opinioni e delle idee dei suoi componenti.

Capita spesso infatti che, quando si chiede ai bambini di lavorare insieme, non tutti vengano ascoltati, oppure alcuni, per timidezza o insicurezza, assumano un ruolo meno attivo nel gruppo, proprio perché non riescono a comunicare il loro pensiero.

È importante quindi far capire ai ragazzi che ascoltare le opinioni degli altri e  scambiarsi reciprocamente impressioni, esperienze, intuizioni aiuta a raggiungere più facilmente il risultato che viene loro richiesto, favorendo anche lo sviluppo di un clima di lavoro sereno, connotato dalla fiducia in se stessi e negli altri.

Qui di seguito riportiamo un’esperienza nata da uno spunto del professor Graziano Cecchinato (docente di Psicopedagogia dei nuovi media e Tecnologie dell’e-learning, Università di Padova), durante un incontro di formazione. L’esperienza è stata proposta in una classe quinta: è partita da un ambito storico, ma si è poi ricollegata a un discorso sociale più ampio.

Il tempo dedicato all’esperienza condivisa è stato di circa 30 minuti.

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Flip teaching, la diffusione dell’insegnamento capovolto

Il testo qui riportato è tratto da un articolo del professor Erasmo Modica pubblicato sul sito di OrizzonteScuola.

Flip teaching è una metodologia didattica che sta prendendo campo anche nella scuola italiana negli ultimi anni. Le classi coinvolte in questa metodologia, dette flipped classroom, sono protagoniste di una inversione delle modalità di insegnamento tradizionale in cui il docente è il dispensatore del sapere e l’allievo recepisce, esercitandosi da solo o in gruppo.

Le attività avvengono in modalità blended e, di conseguenza, è fondamentale l’uso delle nuove tecnologie per fornire le adeguate risorse agli allievi anche al di fuori del contesto classe. Infatti, gli allievi hanno a disposizione materiali didattici, che possono condividere, annotare, modificare o addirittura creare in maniera collaborativa.

Si utilizza il termine “flip” in quando viene ribaltata la modalità in cui vengono proposti i contenuti e i tempi utili per l’apprendimento. In una flipped classroom la responsabilità del processo di insegnamento viene in un certo senso “trasferita” agli studenti, i quali possono controllare l’accesso ai contenuti in modo diretto, avere a disposizione i tempi necessari per l’apprendimento e la valutazione. L’insegnante diventa quindi un supporto alla comprensione di quanto appreso a mano a mano dagli allievi e dovrà impiegare il proprio tempo in questo processo di passaggio dall’ampliamento delle conoscenze all’acquisizione di capacità e competenze.

Come per tutte le metodologie didattiche, anche il flip teaching presenta punti di forza e punti di criticità. Di certo tale modalità di insegnamento favorisce l’individualizzazione e la personalizzazione dei percorsi di insegnamento, in quanto gli insegnanti possono dare delle precise indicazioni agli allievi su come muoversi esulle risorse che ciascuno di loro può utilizzare. Inoltre, sarà necessario che gli educatori riflettano  su come strutturare e proporre i contenuti, per non rischiare di focalizzarsi sul contenuto, piuttosto che sull’apprendimento.

Cos’è una flipped classroom e come cambia l’insegnamento all’interno di essa

Una flipped classroom è un modello pedagogico nel quale le classiche lezioni e l’assegnazione del lavoro da svolgere, vengono capovolti. L’insegnante assegna ai propri studenti alcuni video da seguire su un dato argomento, prima di trattarlo insieme. In questo modo, poiché gli studenti hanno già un’infarinatura generale dei contenuti da affrontare, si può dedicare il tempo a disposizione per dare chiarimenti, effettuare delle esercitazioni e qualsiasi altra attività funzionale ad una migliore comprensione.

Il vantaggio del flip teaching sta proprio nella possibilità di utilizzare in maniera diversa le ore di lezione settimanali dedicate all’insegnamento di una data disciplina, permettendo anche agli studenti di costruire il proprio sapere e di testare in qualsiasi momento le proprie competenze. Il ruolo del docente sarà quello di “guida” che incoraggia gli studenti alla ricerca personale e alla collaborazione e condivisione dei saperi appresi.

Non esiste un unico modello di insegnamento capovolto, anche se nel modello standard la classe capovolta è vista come un ambiente di lavoro in cui gli studenti sono indirizzati verso l’uso di selezionati materiali didattici.
Gli studenti possono inoltre collaborare e in classe si possono avviare diverse discussioni tra loro, che permetteranno di chiarire meglio determinati concetti importanti appresi autonomamente. Il docente potrebbe anche suddividere gli studenti in piccoli gruppi e attribuire loro alcune specifiche situazioni problematiche da trattare.

Durante una tradizionale lezione, gli studenti provano spesso a carpire il maggior numero possibile delle informazioni date dal docente, annotando, a volte, freneticamente, il maggior numero di parole possibile sui loro quaderni. Ciò non permette loro di soffermarsi sui concetti, proprio perché sono concentrati su una
scrittura forsennata, che li distoglie dalla comprensione di determinati nodi concettuali importanti. L’uso dei video, invece, permette agli studenti di ascoltare e riascoltare in qualsiasi momento le parole del docente. Le discussioni che verranno avviate in classe permetteranno agli studenti di socializzare e collaborare nella risoluzione di un problema comune.

Le attività in stile flipped possono essere facilmente realizzate, ma è altrettanto semplice fare un uso sbagliato di questa metodologia. Infatti, essa richiede una particolare attenzione nella fase di programmazione delle attività e di selezione dei materiali didattici da sottoporre ai discenti.

Come detto, con il proliferare delle flipped classroom, sarà necessario utilizzare nuovi strumenti di supporto alla didattica e andrebbe anche rivisto il curricolo scolastico. Il ruolo degli educatori sarebbe molto differente da quello attuale, in quanto sarà dispensabile effettuare un lavoro volto alla collaborazione costante durante i vari processi di insegnamento/apprendimento mentre gli studenti diventerebbero ancora più parte attiva delle attività didattiche.

Qui il link a un post del blog con la proposta per una flipped classroom di Storia.
Qui il link a un post del blog con una proposta per una flipped classroom sull’Obiettivo 14 dell’Agenda 2030.