Fare l’orto a scuola

Questo compito di realtà, diretto alla classe quarta, si propone di valutare competenze scientifico-tecnologiche attraverso un lavoro sul campo finalizzato alla costruzione di un orto scolastico. Le fasi di lavoro richiedono agli alunni di applicare conoscenze acquisite sull’ambiente naturale, di mettere in campo capacità di progettazione e di ricerca e di attingere alle loro attitudini all’iniziativa e all’imprenditorialità.

Indicazioni metodologiche

Il compito di realtà prevede un momento iniziale per la presentazione del contesto e per un primo confronto tra gli alunni. È la fase in cui si riflette sulla composizione del terreno e sulla sua esposizione al sole. Inoltre si scelgono gli attrezzi necessari per la preparazione dell’orto.

Dal punto di vista pratico, si devono effettuare misurazioni del terreno per individuare l’area e calcolare le quantità di compost necessarie alla concimazione. Gli alunni si misurano con il lavoro manuale e mettono in pratica capacità organizzative per sistemare in modo opportuno gli “scarti” che vanno raccolti.

La lavorazione del terreno permette di riflettere sulla necessità della presenza di aria e di acqua per la crescita delle piante.

L’osservazione degli attrezzi utilizzati chiarisce le relazioni tra forma e funzione degli stessi e il loro utilizzo permette riflessioni sulle modalità d’uso più appropriate, che consentono il miglior rapporto tra forza impiegata e risultato raggiunto.

Dato che l’orto ha un andamento naturale stagionale, il compito di realtà ha come scopo finale quello della semina e dell’eventuale abbellimento dell’orto con piante da fiore in base al progetto iniziale. È anche un’occasione di riflessione sulle aspettative degli alunni e di bilancio sull’andamento del lavoro.

L’attività è da svolgere come attività di gruppo. Nella fase di formazione dei gruppi,  l’insegnante deve preoccuparsi di realizzare una composizione equilibrata degli stessi, tenendo conto delle esigenze degli alunni BES, per i quali si devono attuare le strategie più adatte a favorire il loro coinvolgimento nelle attività.

L’insegnante deve illustrare ogni fase del compito prima che i gruppi si accingano ad affrontarle in modo autonomo.

La rubrica di autovalutazione finale è un esempio di autobiografia cognitiva che può essere utilizzata per cogliere e valutare altri importanti aspetti: il senso attribuito dall’alunno al proprio lavoro; le intenzioni che lo hanno guidato nello svolgere le attività, le emozioni o gli stati affettivi provati.


Scarica la scheda da stampare (dal sussidiario Pista! A ruota libera tra le discipline,  edizioni Cetem).

Puoi trovare altri compiti di realtà qui, qui, qui e qui.

Dato che si tratta di una prova autentica, ecco in questo post alcuni consigli su fare l’orto con i bambini di un’esperta orticultrice.

 

 

 

 

Trotula de Ruggiero

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la storia di oggi parla di una giovane donna che visse molti e molti anni fa.

Circa un millennio fa, viveva a Salerno una ragazza di nome Trotula che amava molto studiare. Nella sua città c’era una delle prime università del mondo che era anche la più importante scuola di medicina d’Italia: la Scuola Medica Salernitana.

Era una scuola molto all’avanguardia per quei tempi: si studiava tutto quello che riguardava il corpo umano e ciò che serviva per guarirlo, come, per esempio, la chirurgia e l’erboristeria. Si traducevano anche i trattati degli  scienziati dell’antica Grecia, che erano stati dimenticati per secoli.  Al contrario di altre scuole di quel tempo la Scuola Medica Salernitana accoglieva volentieri anche le ragazze.

Trotula decise allora di diventare una dottoressa. Studiò medicina e anche legge e filosofia. Diventò presto una dei migliori del suo corso. Quando iniziò a lavorare decise di specializzarsi nella cura delle donne: voleva aiutarle ad avere buone gravidanze e a crescere bene i loro bambini.

Trotula scrisse anche dei libri sulle sue esperienze, dove raccolse molti suggerimenti medici e di cure con le erbe.

Non si occupò solo di malattie, ma diede anche consigli per vivere con maggior benessere. Scrisse ricette per fare creme per la pelle e oli per i capelli, parlò dell’importanza della pulizia e suggerì di fare bagni turchi e massaggi.

Tutto questo non era considerato un argomento frivolo: Trotula pensava infatti che la bellezza del corpo fosse il risultato dell’armonia con la natura.

Per molti anni si credette che i libri di Trotula fossero scritti da un uomo: allora non sembrava possibile che una donna potesse scrivere così bene e approfonditamente di medicina. Oggi, grazie alle ricerche di studiosi spagnoli e italiani, sappiamo invece che è stata proprio Trotula a scrivere quei libri fondamentali per la salute delle donne.

Ipazia di Alessandria

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c’è un libro che racconta le storie di grandi donne.

Sono donne del passato e del presente, attive in tutti i campi del sapere, dello sport, del lavoro sociale. Questo libro è intitolato Storie della buonanotte per bambine ribelli e racconta così la storia di Ipazia, la grande matematica che visse nell’antica Alessandria d’Egitto.

C’era una volta, nell’antica città di Alessandria d’Egitto, un’immensa biblioteca. Era la più grande del mondo, ma non c’erano né libri né carta. All’epoca, infatti la gente scriveva sui papiri, grandi fogli che  si ottenevano da una pianta e che venivano poi ripiegati in rotoli. Al posto dei libri che conosciamo oggi, quindi, l’antica biblioteca custodiva migliaia di rotoli di papiro, tutti vergati a mano dagli scribi e riposti con cura sugli scaffali.

Nella biblioteca di Alessandria, seduti fianco a fianco, un padre e una figlia studiavano insieme i papiri. Filosofia, matematica e scienze erano le loro materie preferite.

Si chiamavano Taone e Ipazia.

Ipazia risolveva equazioni e formulava nuove teorie di geometria e aritmetica. Studiare le piaceva così tanto che ben presto cominciò a scrivere dei libri – cioè papiri – tutti suoi. Costruì perfino uno strumento, chiamato astrolabio, per calcolare la posizione del Sole, della Luna e delle stelle in qualsiasi momento.

Ipazia insegnava astronomia, e durante le sue lezioni, che erano molto popolari, si rifiutava di indossare l’abito femminile tradizionale e si vestiva da studiosa, come gli altri insegnanti. Purtroppo, tutte le sue opere andarono perdute quando la biblioteca fu distrutta da un incendio. Ma, per fortuna, i suoi studenti scrissero di lei e delle sue idee brillanti, e grazie a loro anche noi abbiamo avuto modo di conoscere questo genio.

 

Se vi va di leggere altre storie come questa, cercate il libro “Storie della buonanotte per bambine ribelli – 1 e 2” di Elena Favilli e Francesca Cavallo, che potete trovare nelle librerie e nei negozi online.

L’illustrazione di Ipazia è Riikka Sormunen.